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20-01-2020
11:42 - 13:46

Quel treno per yuma

Remake dell'omonimo film del '57, con i premi Oscar R. Crowe e C. Bale. Un giovane deve scortare un criminale a prendere il treno per Yuma, dove sara' processato. Regia di J. Mangold; USA 2007 Remake non significa quasi niente. Remake di un western non significa niente. L'"originale" e' del 1957, e' di cinquant'anni piu' vecchio, semplicemente, e non riesce a mandare segnali o echi, a lasciare eredita'. E' tutto troppo lontano. Allora c'era il "western", coi suoi codici semplici, reiterati, banali e magnifici e col finale rassicurante. C'erano Glenn Ford e Van Heflin, la musica di Tiomkin e la voce di Frankie Laine, c'era il buono e c'era il cattivo che poi era anche lui buono. Soprattutto c'era l'eroe, quell'"eroe", che nel cinema di oggi, e non solo nel cinema, e' soltanto uno da sfottere. Adesso il western e' un genere desolato. Da allora e' cambiato il pubblico, il cinema, e' cambiata la chimica. E' cambiato tutto. Allora valeva un storia semplice, un unico segmento. Adesso ci sono almeno altre tre o quattro costole. Parlano, parlano, spiegano. Il contadino Evans (Bale), che trae una vita durissima, per se' e la famiglia, dal piccolo ranch che sta per perdere per i debiti, accetta, per duecento dollari, di fare da scorta per portare il pericolosissimo Wade (Crowe) alla prigione di Yuma. La scorta, braccata dai compagni del bandito, si assottiglia. Nel viaggio i due cominciano con l'odiarsi, continuano col rispettarsi, finiscono (quasi) amici, anche se il contadino non rinuncia al suo compito, anche quando rimane solo senza alcuna speranza di caricare il prigioniero su quel treno delle tre e dieci. Nel frattempo il figlio maggiore di Evans e' costretto a crescere in fretta e a diventare uomo nel dolore, e la faticosa integrita' del contadino ha finito col conquistare il bandito. Se si dimentica il classico di Delmer Daves, se lo si lascia vivere autonomamente, il film di Mangold e' un'intensa avventura, un po' troppo spiegata. Col paesaggio che diventa "attore" (si', come allora), con una violenza che non deborda, e con qualche citazione di Leone, che Crowe (a suo agio, come dappertutto) ha definito "il vero grande maestro del western". Con buona pace di Ford, Hawks, Mann e dello stesso Daves.