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01-07-2020
14:00 - 15:33

Un mostro a Parigi

Film d'animazione. Parigi, inizio '900, grazie alla miscela di due composti, una pulce si trasforma in un essere dall'animo gentile e dalla voce suadente. Regia di B. Bergeron; FRA 2011 Parigi, 1910. Raoul ed Emile, nel compiere una consegna in un giardino botanico che e' anche laboratorio per esperimenti, involontariamente mescolano due composti, uno per ingigantire e l'altro per vellutare le corde vocali, bagnando una pulce. Diventata immensa la bestia fugge per tutta la citta' creando lo scompiglio e mobilitando le forze dell'ordine guidate da un bieco prefetto. Nascostosi nel retro di un Club la bestia incontra Lucille la quale rimane conquistata dalla nobilta' d'animo espressa dal suo canto e usando un travestimento la prende a suonare e cantare nel suo spettacolo. Lucille, Raoul, Emile e la creatura ribattezza Francoeur (cuore onesto) dovranno pero' sfuggire alle indagini del prefetto e ai suoi tentativi di trovare il mostro che terrorizza la citta' e cosi' spostare l'attenzione pubblica dalle proprie malefatte. Parigi e' stata negli anni scenario di diversi film d'animazione di cui almeno un paio targati Disney (sia in qualita' di produttore che di principale distributore) come Ratatouille e Gli Aristogatti, e il medesimo binomio sembra essere quello che regge Un mostro a Parigi, l'unione cioe' dell'immaginario parigino di inizio secolo con una storia dallo scheletro (e dal senso per la musica) puramente disneiani. Eppure, nonostante alla direzione ci sia Bibo Bergeron, francese d'America al lavoro da decenni per Hollywood e regista di Shark tale, e nonostante la produzione sia interamente francofona, lo stesso il nuovo cartone della Europa Corp di Luc Besson ha il difetto di utilizzare Parigi, la musica e il retaggio di altri racconti e altre fascinazioni (in primis quella del fantasma dell'Opera) a proprio vantaggio come scenario e non come spazio in cui agire. Invece che creare l'ambiente e le sensazioni che vuole, il film sfrutta i riferimenti alle opere piu' note che l'hanno fatto in precedenza. Un mostro a Parigi infatti reimmagina la geografia della citta', ne cambia la toponomastica e si disinteressa del suo animo perche' gli serve solo la sua mitologia, quella stabilita, costruita e canonizzata da altre opere d'arte, come del fantasma dell'Opera gli serve solo la maschera e la possibilita' di appoggiarsi all'eco romantico che quella suggestione e' in grado di sprigionare. Ed e' un peccato perche' per il resto, nonostante qualche momento piu' stanco e fiacco nella seconda meta', la storia della pulce mutata che voleva essere una star del vaudeville e' carina e dinamica. Non vuole di certo conquistare chissa' quali primati Un mostro a Parigi, se non quello facile da raggiungere di intrattenere senza stupire, ammaliare senza innovare e per gran parte della sua durata ci riesce, infilando una dopo l'altra gag semplici che non si sporchino le mani con sentimenti reali, personaggi complessi o tentativi audaci. Con precisione alchemica Bergeron mescola momenti di divertimento con quel quoziente di paura e tensione che spesso anima la narrativa per l'infanzia, utilizza soluzioni registiche da horror e addirittura riadatta la soggettiva dei salti nel cielo gia' vista in Thirst di Park Chan Wook (e nel seminale cortometraggio del 1984 Jump di Osamu Tezuka), allungandoli con il massimo dell'innocua innocenza romantica, vellutata dalle canzoni cantate da Vanessa Paradis (sia nella versione inglese che in quella francese) e scosse dalla solita azione da cartone animato fino alle punte piu' alte della citta' come ad imitare King Kong.